Sciabazz: critiche letterarie (IV)
Recensione quattro
Gradite il pulp? Entrate nel mondo di Neville Ruggles!
"Riconosci te stesso", ammonisce il filosofo.
"Troppo tardi!" esclama il buffone.
Ruggles è vivo. Viva Ruggles! E, come se non bastasse, attivo più che mai. Niente e nessuno sembra poter arrestare questo fenomeno umano, ed estirparlo dalla branca "produzione" dell'industria libresca. Ruggles dichiara - o, meglio, lo fa dichiarare ai suoi personaggi - di incarnare lo Zeitgeist, lo spirito dell'epoca. Sarà. Una cosa è certa: non incarna di sicuro il Volksgeist, lo spirito nazionale. Lui stesso, in fondo, ha detto una volta di sentirsi molto poco inglese.
Neville Ruggles è nato a Londra da genitori londinesi; è, perciò, un cockney purosangue. Ma gli piace localizzare le proprie origini spirituali in Italia. Un'Italia a dir poco romanzesca, la sua, per non dire fantastica. Well, why not? Ognuno si sceglie la patria putativa che vuole. Solo che Ruggles esagera. Crede di essere un genio del Rinascimento. Anche se - saggiamente! - nei suoi libri usa un vocabolario più vicino ai nostri giorni - e curiosamente vicinissimo alla zona dei docks. Con Fair Copy, ha creato forse il capolavoro della sua vita. Ma non illudetevi che, dopo questa immane fatica, il Maestro pensi di ritirarsi, risparmiandoci altri suoi lavori. No, signori; prevedo, anzi, che sentiremo parlare spessissimo di lui. Del resto, l'Alighieri, il Da Vinci, Raffaello, Michelangelo, l'Ariosto, Pirandello, Modigliani... tutti lo guardano da lassù e si attendono da lui grandi cose.
Comunque sia. Potrei riassumere il mio giudizio su Fair Copy così: poco niveau e troppa nivea. L'Autore si serve di un linguaggio tutt’altro che abissale. Il suo è sì un esperimento di tecniche fonetiche (con troppo East London, ripeto), ma a livello di rococò, ed effettuato con una leggerezza e un umore ahinoi da cicisbei. Melodia, tempi calibrati e tremoli non ci riscattano dall’ambiguità degli intenti. I personaggi di questo romanzo risultano tutti - tutti! - inverosimili. Ruggles non tratteggia, qui, il ritratto di esseri umani reali, in carne e ossa: parimenti a Dickens, ma senza la maestria di Dickens, aggrega macroscopie fisiognomiche, volgari caricature. Le donne di Ruggles hanno "zizze", "culo" e "micia". Il che potrebbe anche corrispondere al vero, ma, citando Virginia Woolf, io affermo che nello scrivere è fatale pensare al sesso.
Formalmente, Fair Copy è una (quanto inconsapevole?) replica della replica di pulp fiction. Dietro all’insieme variegato di canaglie e marionette assassine, si cela un rimasticato attacco alla società, attacco che si ispira al compasso socialista o... socialdemocratico. Vorrebbe essere litérature engagée, ma è un pisciare sull’Albero della Conoscenza.
Probabilmente, i più incalliti fans dello scrittore avrebbero voluto che scrivessi: "Un romanzo forte, d'avanscoperta, che si regge puntellandosi con la sua stessa convinzione assertiva." "Ruggles ci trascina dentro a un mythos... l'elemento letterario si avvale di un'ambiguità che è puro ludo..."
A questi nostri amici dico quanto segue:
Fair Copy delude le tradizionali aspettative di un testo moderno. Con la sua vasta gamma di personaggi, vorrebbe essere un romanzo vecchio stile - à la Dostoevsky, per intenderci - con una riverniciatura da èra digitale. Invece è una pessima imitazione di post-modernismo. È un un romanzo di chiacchiere, se non addirittura di sproloqui; di cose che non si vedono e di tante altre che l'Autore ci fa dapprima assaggiare e poi ci sottrae prepotentemente. In nessuna di queste 220 pagine Ruggles fa risparmio di stilistiche fioriture al posto errato e di trucchi ricopiati dai "vecchi" della letteratura; e si ha l'impressione che il più banale fatto di cronaca può divenire pretesto per una lunga disquisizione. Il che potrebbe anche andare bene, in un altro contesto. Qui però non accade nulla. O, se accade, noi non ce ne siamo accorti. Il protagonista - ci suggerisce Ruggles - inventa ricordi. Ma questi ricordi, nel libro, non si vedono mai!
Bien entendu: tra le tante penne sciaguratissime che affollano il paesaggio letterario inglese, Neville Ruggles non è il più sciagurato. Indubitabilmente, quando è lui stesso a parlare dei suoi libri - preferibilmente sul piccolo schermo -, lo sa fare bene: accenna a cose come "reticolo culturale", "intestualità", "contaminazioni mediatiche". Eccetera. Tutti termini che vogliono depistare, gettare ombra sul sospetto di plagio.
In un'intervista rilasciata qualche mese fa, l'Autore ha dichiarato: «Leggo ancora i libri che preferivo a diciassette, diciotto anni». Si vede che è sincero. Difatti, per Fair Copy ne ha estrapolato brani interi, che poi ha combinato insieme alla meno peggio e su cui ha apposto il copyright. "Intestualità", dice? Sarà.
Fair Copy è un romanzo formato da soli incipit, tanto che le diverse litanie non si completano né si concludono. L'Autore sfoggia per intero le sue conoscenze, ma queste, balcanizzandosi, si smarriscono bellamente nel nulla. Quando Ruggles fa l'occhiolino alla politica e a certe realtà sociali, dimostra di avere del coraggio, certo; ma la sua è una satira da Cabaret degli Stanchi, che non fa nemmeno il solletico alla pianta dei piedi del Leviatano. È sarcasmo iperstrumentalizzato.
La violenza risiede solo nel linguaggio. Ma non sempre e non dappertutto. A parte le parolacce pronunciate dai vari personaggi, ogni cosa è bella, liscia e senza filo spinato nella prosa di Neville Ruggles. Mai che questo giovane abbia la luna di traverso. Deve avere un eccellente apparato digestivo... Mentre i suoi protagonisti vomitano fumetti pieni di lemmi capaci di fare arrossire qualche anziana zitella, l'Autore stesso parla di "concupiscenza" anziché di "arrapamento", di "fare l'amore" anziché di "scopare"... Bisogna per questo considerarlo un poeta?
A questo modo potrei proseguire per lunga pezza. È lampante che, a due anni dal successo commerciale di Flora notturna, le aspettative su Ruggles erano eccessive. E altrettanto lampante è che molti - dopo la mia critica di allora - si attendevano un mio nuovo intervento atto ad esacerbare il famoso scontro. Confesso di aver titubato a lungo prima di pubblicare questo mio giudizio; non ero nemmeno sicuro che per me fosse opportuno uscire allo scoperto tornando ad alimentare le vecchie polemiche. Ma mi ha convinto - sia pure in modo indiretto - lo stesso Ruggles, tramite il suo lavoro. Non scrivere di questo libro mi avrebbe fatto sentire reo di omissione di soccorso: nei confronti dei lettori, ma anche dello stesso autore. Il mio invito suona pressappoco: "Togliti dai piedi una buona volta, Nev!"
Ma lui no, lui non capisce. La miopia lo fa inciampare in suppellettili varie, in cianfrusaglie che lui stesso osa chiamare "letteratura".
Mi sembra già di udire il coro di protesta: «Questa non è una critica: è sciacallaggio!» Avanti, colpite pure. Ma, se ho scelto infine di espormi, è anche per una questione di onestà. Essere una brava persona è un lavoro a tempo pieno e - credetemi - più difficile di tanti altri; soprattutto se bisogna rimanere brava persona davanti a un pubblico.
Allora:
Più sopra abbiamo parlato del successo ottenuto da Flora notturna. "Successo?" Non sono io a ritenerlo tale; sono le cifre, sono le classifiche dei libri più venduti ad averlo sancito. Success? Ci andrei cauto con questo termine. Nel mondo in cui viviamo, i secchielli per la sciampagna stanno spesso accanto al brago dei porci e ai mucchi di letame. Un prodotto può arrivare a vendere bene, a stravendere, ma nella sua essenza, nei suoi pregi artistici, può anche rappresentare un roboante fallimento.
Torniamo ad esaminare Fair Copy. Contiene un'infinità di parole grosse. "Amore". "Morte". "Dissipazione". Tutte virtù e proprietà sostantivizzate. Bene, bravo. Ma il romanzo tratta di una problematica rituale, rimasticata; e inoltre è un catalogo di stili diversi, in cui nessuna combinazione viene tralasciata. Con la scusa di voler "smontare il reale e il realismo", l'Autore applica espedienti apparentemente originali. Fa lo zapping tra i volumi che riempiono i suoi scaffali e, scanalando, approda in una sorta di Terzo Programma della pagina inchiostrata.
Il libro comincia benino: in poche ed agili scene ci vengono presentati i protagonisti: un bel giovanotto, la sua fidanzata e l'amico-amante di entrambi. Proprio quando la cronaca di questo triangolo (in fondo non inconsueto) promette di divenire interessante, ecco che subentra un'interruzione, una sorta di pausa per i "consigli per gli acquisti". Vediamo un tizio che, col collo imprigionato in un'ingessatura, cerca di seguire un incontro di tennis. Può muovere solo gli occhi, mentre il pubblico tutt'intorno gira la testa con scioltezza: da destra a sinistra, destra, sinistra, destra... in perfetta sincronia. Poi dal cielo scende una specie di navicella spaziale che, a un più preciso esame, si rivela essere un enorme flacone di pillole. L'uomo ingoia una di quelle pillole e l'ingessatura sparisce; adesso anche lui può seguire senza impacci l'incontro di tennis.
Una trovata carina, direi, che non stonerebbe in nessun testo di ascendenza kafkiana-cannibalesca. Senonché, il tizio in questione non è affatto in relazione con il terzetto dei primi capitoli. Il "romanzo" pullula di incoerenze simili a questa...
Mi sono costretto a leggerlo per intero, per cercare di venire a capo della storia; ma invano: è una matassa che non si lascia sbrogliare. Questa a Ruggles non gliela perdono. Già, perché a me di solito non tocca bere tutta la bottiglia per sapere se il vino è buono oppure no. Leggo le prime dieci pagine e, se esse sono di mio gusto, passo alle dieci pagine centrali, e poi alle dieci finali. A volte ci pensa già il titolo a farmi risparmiare tempo facendomi accantonare subito il volume, oppure a convincermi del contrario, ovvero di dare uno sguardo più accurato alla pubblicazione. Nel caso di Fair Copy, ho voluto fare le cose puntigliosamente... e ho sciupato il mio tempo.
A voi dico: risparmiate il vostro, gente.
Edward Sciab.
Le critiche letterarie del signor Sciabazz sono contenute nel seguente volume di racconti:
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