sabato, 11 ottobre 2008

Sciabazz: critiche letterarie (III)

Recensione tre

Una critica a Rettangolo di luce, di Frank O'B.

 

 

Se Frank O'B. non esistesse, bisognerebbe crearlo. Un "caso letterario" del genere ci mancava. Io l’ho visto, l’ho pure toccato, e posso assicurarvi che è reale.

Le prime sette pagine del suo "capolavoro" (è l'editore a definirlo pomposamente così) si svolgono in una sala cinematografica: un luogo quasi sempre immerso nel buio. Coerentemente, si tratta di pagine oscure; in ogni senso. O'B. vi declama, fra l’altro:

"Il sentore di voci abbaglianti aleggiava al di sopra delle poltrone strapazzate da anonimi e gravosi sederi, colmandogli l’animo della solita gravosa aspettativa."

Bello? No! Suona bene, ma il lettore non si lasci ingannare. È solo un modo di dire, per introdurre il personaggio principale: il bigliettaio del cinema in questione. A formulare la frase è - voglio rassicurarvi - Frank O'B., non l’eroe stesso, il quale - presumiamo - non è neppure in possesso della licenza media e non sarebbe perciò capace di tanto. In quanto alle "voci abbaglianti", esse non abbagliano nessuno: neanche l’Autore. O'B. vuole semplicemente abbagliare noi, conquistarsi la nostra ammirazione. "Anonimi e gravosi sederi": altro non siamo, infatti!

Il venditore di biglietti (ma non dovrebbe stare al botteghino, anziché in sala?) ci si rivela fin da subito dotato di un'ammirevole coscienza di classe.

"Contemplando le scene dalle colorature offensive" (stanno proiettano un filmetto a sfondo sociale), "considerò che l’ingiustizia che veniva usata nei confronti suoi e di quelli come lui era davvero terribile..."

Et patati et patata.

Ogni frase è come lo slogan di un cartellone pubblicitario riveduto e corretto per un giornalino di educande; ogni episodio (senza testa né coda) vorrebbe rifare il verso al Nuovo Cinema Inglese e finisce invece con l'assomigliare a spezzoni di un'insipida pellicola in bianco e nero (CSSR, 1966). Tutto è strano, insolito... Giuro che mi farò costruire un leggìo apposta per questo romanzo.

Ma chi è Frank O'B. nella vita di tutti i giorni? La sua persona è circondata da un fitto mistero; fitto almeno quanto i libri da lui finora sfornati. «Il modo migliore per capire me è cercare di capire i miei romanzi», mi ha suggerito l'Autore in un pub di Knightsbridge, dove ci siamo dati appuntamento. Allora, vediamo se è vero. Mi sono precipitato a cercare le sue opere trascorse, apparse presso case editrici semisconosciute e perciò difficili da reperire. Io le ho reperite; non chiedetemi a quale prezzo. E mi sembra di aver compreso qualcosa di essenziale: gli scritti di Frank O'B. sono rovine nel vasto luogo di catastrofe delle opere che lui avrebbe voluto scrivere e che non ha scritto mai; mattoni sgretolati di un capolavoro incompiuto e che tale è destinato a rimanere per tutti i tempi.

I romanzi di O'B. sono di una banalità disarmante, così come lo sono, del resto, molti  di quelli pubblicati (ma perché?) negli ultimi decenni nell'intero Commonwealth. Frank O'B. dimostra comunque una buona dose di coraggio nella formulazione. Ah, dovrebbero essere create parole nuove per descrivere le cose che lasciano senza parole! Con Il rettangolo di luce, ha voluto farci dono ("dono" è un eufemismo, considerato il prezzo di copertina) di un’opera più intelligente e brillante del solito. Un proposito che, sia detto chiaro, non è mai stato messo in atto.

A questo punto mi tocca spiegare perché sono così intransigente e severo, così - sì! - cattivo nei confronti di questo scrittore. Come già detto, io sono uno dei pochi che conoscono i suoi lavori, e nessuno di essi - lo sottolineo: nessuno - mi ha mai lasciato soddisfatto. Immancabilmente parla sempre lui, è tutto lui. Malgrado ciò, dalle sue pagine un 'io’ cosciente affiora molto di rado. Ogni libro di O'B. è composto da diecimila immagini spezzate: come un allucinante videoclip. Purtroppo, questo suo ultimo parto non fa eccezioni. In esso, i ricordi d’infanzia (suoi? o del... bigliettaio?) hanno a tratti una parvenza di concretezza; ma sono passaggi campati in aria, che stonano con il resto della vicenda. In ogni caso, il dito dell’Autore è sempre alzato; padrone assoluto della morale. Il romanzo - non siamo noi a designarlo così, ma lo stesso O'B. - dopo il noto inizio nel desolato cinematografo di un paesino desolato, schizza inopinabilmente via, concedendosi un bel viaggio sull’asse Parigi-Mosca-Berlino. Nutro sempre forti dubbi quando uno scrittore usa grandi scenari: probabilmente lo fa per dare importanza a cose che non ne hanno, oppure per salvare i primi capitoli mal riusciti. Non che l’incipit di questo tomo, ossia la parte che si svolge nella "casa delle luci", non abbia velleità di grandeur... Ma soprassediamo.

Un'altra delle difficoltà da me riscontrate è che io ho avuto la ventura di visitare più volte Parigi, Mosca e Berlino, e la descrizione che O'B. fa di strade e quartieri di queste metropoli non corrisponde minimamente alle mie esperienze! Gli inserti "di viaggio" sanno di baedeker, di prospetti turistici; e, parimenti agli schizzi di ambienti, svaniscono completamente dietro alla vetrata di gesti e dialoghi (che vi raccomando assolutamente).

Il paesino dell’inizio è in clamorosa disarmonia con l’altisonante triade geografica del seguito. Nelle ultime pagine, tuttavia, il protagonista (tanto insignificante, pallido, sperduto, sconosciuto) ritorna al luogo d'origine, "ove tutto ebbe inizio". Anzi: riprende addirittura la sua occupazione abituale, che - non dimenticatelo - è quella di bigliettaio di un cinema. Nel frattempo il padrone del cinema non ha pensato a sostituirlo? Boh. Forse nel paesino c'è carenza di manodopera...

Alcuni capitoli meritano un cenno a parte. Con essi si entra appieno (e senza preavviso) nella letteratura del mondo del lavoro. Sì, a sprazzi questo romanzo ricorda quelli degli anni Cinquanta-Sessanta, vicini alla realtà proletaria, che descrivevano con minuzia di particolari determinati processi lavorativi. Il rettangolo di luce potrebbe trovare posto - a puntate, certo -, in qualsiasi foglio sindacalista. Non riesco a capire come mai l'Autore non ci abbia pensato, prima di avere la sfacciataggine (o l'inaccortezza) di proporcelo in forma di (pur non voluminoso) volume.

Come mai, parlando del Rettangolo, mi riferisco alla letteratura del mondo di lavoro? Perché sempre arriva  un qualche segretario comunista o un capocomitato con una bandiera rossa: li vediamo entrare e uscire nel mezzo delle scene simili a messaggeri in un dramma di Shakespeare.

A un determinato momento, accade che il bigliettaio/uomo-maschera, che è solito trascorrere il suo tempo libero nella locale sezione del Partito Comunista, incontra un suo amico-compagno: "il giovane e sensibile Roland". Ed è grazie a un soliloquio di "Roland il Rosso" che veniamo ad apprendere certi meccanismi interni al partito, i battibecchi e le ritorsioni verbali, i veleni tra uomini politici, i tentativi di imporre una particolare corrente ideologica a svantaggio di altre, ecc. Ma la cosa che avrebbe potuto interessarci maggiormente - ovvero fare una capatina in sala proiezione per capirne di più sul funzionamento di un cinematografo - viene bellamente snobbata dall'Autore, e quindi anche il riferimento alla letteratura del lavoro è, a conti fatti, inappropriato. Si tratta, invero, di un'opera indefinibile. Punto.

Per la fine del romanzo, O'B. si è riservato l'idea più bella. Il protagonista dice a Roland il Rosso (che sfoggia una capigliatura mohicana e gommamastica  sputacchiando tutt'attorno mentre si gode una replica di Rambo IV): «Ti ho forse urtato lo spirito che mi osservi a questa guisa, con cipiglio severo?». Ma andiamo! Nessuno parla più così, e men che meno un venditore di biglietti degradato a occasionale maschera; anzi: giusto lui, per forza di cose, dovrebbe avere assorbito il linguaggio piatto e alla mano che è proprio del cinema. Ma per Frank O'B. nulla è impossibile. Noi non possiamo che dirgli: grazie!

Mi affretto a concludere. La mia prima impressione dopo la lettura di questo romanzo è stata simile al mio primo giro sull’otto volante, tanti anni or sono. Dopo i capiversi iniziali, mi sono detto: «Caro mio, vuoi vedere che adesso avrai un tuffo al cuore?» E, alla fine, mi son ritrovato con le gambe tremanti e la testa perfettamente vuota.

Facit: se volete farvi due risate, comprate questo libro; se invece siete di quelli che tengono in gran conto la Letteratura, risparmiatevi i quattrini, o impiegateli per qualcosa di più sensato.

 

                                                                                        Eddie Sciabazz

 

postato da: sborror alle ore 16:11 | Permalink | commenti (1)
Commenti
#1    11 Giugno 2009 - 15:01
 
http://cumul

[..] Come si prendono in giro i lettori sprovveduti Lara Kant Giraldi Editore E' di nuovo il classico esempio di letteratura da dozzena, un libro con pseudorivelazioni sensazionali che in realtà non scandalizzano più nessuno. Da (Lombardi R [..]
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente cumuli

Commenti

categoria:grottesco, pulp, testi online