Sciabazz: critiche letterarie (II)
Recensione due
Il libro della vita di Captain Faraldi
Dove sei, Captain? Auditorium 2, Ingresso C, le 11 meno 5. Un mini-palcoscenico costituito dalla prua di un antico brigantino che, ridipinto in blu acciaio, ha l'aspetto di una navicella spaziale vista in taglio trasversale. Lassù, sul pulto stellare, già troneggia Faraldi, ex playboy di fama internazionale, ex giramondo pezzente-ma-fascinoso ed ex impresario internettiano, il quale, avendo superato la soglia dei quaranta e decidendo di conseguenza che è l'ora di mettere la testa a posto, di tirare i remi in barca, di fare il bilancio della propria esistenza... ha dato alle stampe le sue Memorie.
In maglione norvegese e pantaloni di tela (clubwear look), l'italico Captain è qui per distribuire alcune salmastre gocce di saggezza dal suo attesissimo libro di bordo. E noi siamo pronti, con le bocche aperte come per ricevere l'ostia dal prete. Applauso ritmato. Captain, ehi! Ehi, Cap! Infatti: è lui, in carne e ossa, con la capigliatura barocca che lo contraddistingue da eoni.
Le guance sospettosamente arrossate, sembra incerto sulle gambe; fa un po' di rock'n'roll come sulle onde di un mare agitato, e dice: «Grazie per essere accorsi numerosi». Siamo noi le onde: un'ottantina, non di più, ma a lui basta e avanza; la soddisfazione gli si legge in faccia. Torna a chinarsi sul microfono a bomba e: «Niente flash, prego». E dopo: «La situazione mondiale non è poi così nera come appare». Parole sante, Cap! Il suo discorso viene tradotto in un buon inglese da una nervosa segnorina che inforca lenti dallo spessore inverosimile.
Il Captain si inumidisce un dito, comincia a sfogliare. Per prudenza, la fiaschetta del cognac è rimasta nel camerino. (Ma gli italiani non preferiscono bere vino? Boh. Forse lui è un'eccezione.) Il Cap, scrittore autodidatta di etrusche origini, ha la voce giusta e sa esibirsi con proprietà. Un attore nato: comincia a recitare con vibrato. A volte si sofferma su una determinata frase, visibilmente sovrappensiero: è come se stesse leggendo roba scritta da altri. Ogni tanto ride e ogni tanto piange, entusiasmandosi al proprio racconto di una vita vissuta con intensità poco comune.
Il libro si rivela essere una ben dosata miscela chimica che a tratti - ma raramente - si fa esplosiva. La segnorina al fianco del Captain pende letteralmente dalle sue labbra, si vede che è stracotta, quasi quasi gli si getta tra le braccia. E noi tutti temiamo per la sua - di lei - salute: rischia da un momento all'altro di cascare in platea e rompersi l'osso del collo. Ah, l'amour...!
Faraldi legge una ventina di pagine in tutto, solo i paragrafi essenziali, e il tempo sembra essersi fermato. Infine: «Grazie di nuovo» fa, e bye bye. Sì sì, ciao, mate. Clap, clap, fiiiisch! clap. Un'occhiata all'orologio ci dice che sono le 11 meno 5. Il tempo si è fermato.
Più tardi, in tranquilla solitudine, sfogliamo le Memorie del Capitano, commentando ogni tanto: «Però, che vita!» Apparentemente, quest'uomo ha fatto tutti i mestieri, è passato attraverso tutte le esperienze possibili e immaginabili. Sottolineo l'"apparentemente": quanto, o quanto poco, difatti, ci può essere di autentico in un'autobiografia?
Naturalmente non abbiamo tralasciato di mettere un segno nelle pagine consacrate alle avventure piccanti (sul sofà di una celebre attrice; sul tavolo da cucina di una casalinga ben disposta nei confronti del bel barbone/venditore di aspirapolveri immaginari; in un ufficio al 30° piano di un grattacielo di Manhattan insieme a due avvenenti segretarie - una pantera nera e una valchiria dalle labbra rifatte); ce ne serviremo per masturbarci con gusto, poi, quando ne avremo voglia. Così, se non altro, potremo illuderci di non aver gettato i nostri soldi dalla finestra.
Sciabazz


