venerdì, 03 ottobre 2008

Sborror-story 37: Sciabazz: critiche letterarie (I)

   

Edward Sciabazz, uomo di libresca fama, è solito ripetere: «Un romanzo è l'unico luogo dell'universo dov'è possibile sopravvivere alla vita».

Al che noi non possiamo che ribattere: «Buona fortuna e buon divertimento, caro Sciab!».

 

Ecco di seguito alcune recensioni dell'eminente "papa della critica letteraria inglese". Si tratta di articoli apparsi su quotidiani e riviste a cui Edward Sciabazz collabora fin da epoche immemorabili, e che noi riportiamo in questa sede dopo aver ottenuto il permesso dei rispettivi editori.

Un avviso particolare agli scrittori di belle speranze o - come si suol dire -  "emergenti": quando vi capiterà di incontrare Mr. Sciabazz (perché, statene certi, prima o poi vi capiterà!), non fidatevi del suo sorriso e dei suoi modi affabili: voi ancora non lo sapete, ma lui forse sta già pensando a come meglio tarparvi le ali, a come mettervi a tacere una volta per tutte...   

 

 

 

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                                    Recensione uno

Due parole o poco più a guisa di PREFAZIONE IMMAGINARIA a Il buco nel teschio (Raleigh House, £22)

 

 

Eccolo qui, ordunque! Vedovi di tutti i punti fermi, nomadi del pianeta Cultura in cui ogni prodotto spiritualmente commestibile viene gettato nell'unico, enorme calderone del consumo en passant, desideravamo un libro meraviglioso e definitivo, da amare e da portare con noi durante i nostri viaggi avventurosi (da un punto all'altro di Londra: una vera odissea, soprattutto se incappiamo in una sfilza di semafori rossi). Desideravamo "il" libro e già disperavamo che tale desiderio potesse mai abbandonare la costellazione onirica. Ed ecco invece che, come ad aver colto l'implorazione generale con antenne sensibilissime, Neville Ruggles ci porge la sua opera, forse l'opera par excellence di questo drammatico fin de siecle, con un sorriso che sembra voler dire: «Volevate letteratura? Volevate divertimento in forma colta? Ebbene, beccatevi questa!»

Lo strano tomo, piccolo e consistente a un tempo, che ci viene regalato (costa “solo“ 22 sterline!) con un gesto semplice e umanissimo in uno scorcio epicale dai grandi rivolgimenti cibernetici, non rappresenta l'ennesimo doloroso - o ridanciano?- exemplum di cartacea costruzione postmodernista racchiudente in sé le incompiutezze e il pessimismo propri dell'uomo di oggi. No, amici cari: si tratta per lo più del frutto ragionato e ragionevole di un individuo che, innalzatosi sulla massa a simiglianza dell'aquila niciana o di un seguace di Hobbes, vuole addolcirci la via che - vogliamo ammetterlo o meno - tutti quanti stiamo percorrendo un po' alla cieca, come vittime del più completo black-out.

Un prodotto curioso, abbiamo detto. E difatti. Si incomincia con il titolo: Il buco nel teschio. Sono andato a intervistare personalmente lo scrittore nel suo malandato alloggio in un quartiere dal carattere orientaleggiante a nord-est di Londra («Il mio è un esilio volontario», si è affrettato ad assicurarmi, con occhi fiammeggianti e sospettosi). Ruggles dice che Il buco nel teschio è l'unica denominazione che è riuscito ad affibbiare alla presente silloge prosaica, a questa sudatissima fatica; a noi non resta che accettarne la decisione senza ambages di sorta, non avendo validi argomenti da contrapporgli.

Il giovane artista (non avrà più di sedici anni, sebbene lui, modesto come tutti i geni, vuol farsi passare per un ventitreenne: un interessante enfant terrible, comunque!) mi ha spiegato che la sua aspirazione massima è che il lettore, parlando dell'oeuvre, nel citarne il titolo abbassi immediatamente la voce, si guardi in giro con circospezione e quindi profferisca con tono da oltretomba: Il  bu-u-u-co  neeel te-e-schiooo, magari aggiungendo a ciò una sghignazzata vampiresca, per subito poi riprendere la conversazione in maniera tranquilla e civile. Questo piccolo... show dovrebbe ripetersi ogni volta che il volume viene tirato in ballo: nelle intenzioni dell'Autore, una sorta di passo in avanti verso l'ideale dell'immortalità, del fantasma di gloria eterna, ordunque una balzana azione che spinga alla volontà d'imitazione divenendo veicolo di pubblicità gratuita. Secondo il sottoscritto, una trovata geniale tramite cui il giovanotto N.R., attraverso il risultato della sua intensa recherche intellettuale - le orecchie appiattite contro la testa, gli intestini attaccati direttamente all'anima -, sfrutta la legge dell'eterno ritorno per, saltando come un cerbiatto d'iterazione in iterazione, proiettare la sua complessa personalità verso l'Immenso, arrivando addirittura a ricoprire il ruolo di deus dimidiatus. Rispettiamo dunque la volontà di questo sorprendente esponente delle epopee decentrate e facciamoci anche noi portavessilli del fondamentale razo del libro, trasformandoci in zombies durante i tre o quattro secondi in cui dobbiamo o vogliamo prenderlo in bocca.

Se domandate a N.R. come definirebbe la sua filosofia, vi risponderà, dandovi un'amichevole pacca sulla cervice: «Ottimismo nero». Io trovo che questa autovalutazione sia esagerata e, nel contempo, azzeccata. Non lasciatevi intimorire dal «nero» che accompagna l' «ottimismo»: è, più che altro, un'apposizione, anzi un applique che sta a sottolineare la serietà di uno scrittore il cui stile solo alla lontana può ritenersi apparentato con quello di un certo filone della novellistica (chiamiamolo pure: filone del “grottesco“) in cui si sono cimentati, affermativamente, diverse dozzine di nostri compatrioti. Nei racconti di Ruggles non ci si imbatte in nessun coltello che rovista tra le piaghe, in nessuna madonna dei sette dolori, in nessun lamento di beduino il cui cammello è fuggito lasciandolo appiedato nel deserto. Non siamo, insomma, al cospetto di letteratura “catastrofica“ e/o "apocalittica“. E, per nostra ulteriore fortuna, l'Autore evita anche i virtuosismi narcisistici del planctus e dell'autocompianto.

Parimenti a questa sua opera prima, Neville Ruggles - che soltanto amici intimi possono chiamare "Dottor Ruggles" - è sbilenco, bizzarro, smodato. Un'apparizione ipermondana che sconvolge l'idilliaca monotonia dell'East End londinese. È mio sospetto che egli, peccando di esibizionismo, abbia scelto apposta di condurre l’esistenza in questo grigio angolo della capitale: nei giocosi, fantasiosi e vivaci quartieri artistici, infatti, nessuno sguardo tergiverserebbe più del necessario sulla sua figura demodé. Qui invece deve sentirsi come il Re di Stramberia...

Entro, dunque, nel suo modesto rifugio all'estero (un estero nostrano, ma pur sempre estero) e, per prima cosa, mi colpisce il fatto che né N.R., né il suo tabernacolo, essudino dell'accademismo.

L'Autore vive da solo, in quanto la sua fidanzata lo ha abbandonato per andare a stare con uno dei pakistani che, nell'ammaccaticcio ma ancor forte e ricco Empire, vengono utilizzati come trasportatori di mattoni o come cavie nell'industria nucleare e farmaceutica. Il Maestro medesimo conduce una vita ai margini dell’indigenza: disoccupato («per propria scelta», ci tiene a specificare), riesce a tirare avanti grazie all’assegno di sostentamento elargitogli dallo Stato. I mobili sono vecchi e tarlati, veri e propri rimasugli dei famigerati anni Sessanta. E pignorati, a sentir lui. (I mobili.) N.R. non è preda dei vezzi di Nicot e dell'alcol; tuttavia, la sua esistenza è un alternarsi di televisionari attacchi (possiede un apparecchio da settanta pollici) a momenti di paranoia deambulatoria. «Una volta ho fatto Londra-Edimburgo e ritorno in meno di tre giorni», afferma, fiero; e mi mostra alcune paia di scarpe dalla suola praticamente inesistente.

È uno di quei rari individui che non hanno alcun nemico. «Eccetto», precisa, «quell'asino di polacco del piano di sopra, che, ogni volta che scrivo o ricevo visite, per dispetto, invidia o chissà cosa si infila gli stivaloni e prende a marciare su e giù, col passo dell'oca. Lo sente? Ricomincia!» E, con mio immenso stupore, abbranca un manico di scopa e si mette a picchiare selvaggiamente sul soffitto.

L''io' di questo porcospino della penna è rinchiuso nella corazza dell'intelligenza artificiale o, a seconda delle lune, si veste con la parlantina più illogica e sconquassata. Anche quando il discorso cade sul tempo, N.R. emana gli ultravioletti del Verbo, gli stessi dai quali veniamo abbagliati, anzi combusti, nello sfogliare le duecento paginette di questo suo lavoro d'esordio. Per comunicare tra di loro, i personaggi di N.R. si servono di gesti frammentari e allucinanti, calci ammollati sotto il tavolo a stinchi anonimi, colpi di gomito, spintoni nella folla e paroline sconce urlate dentro orecchi dalla forma arcaica. I suoi racconti (da lui furbescamente riuniti sotto l'appellativo di “romanzo“) sono costituiti da un insieme di brani trasandati in cui gli elementi autobiografici sono contingenti ma non denudati, onnipresenti ma mai ostentati papale papale.

Ruggles fa, della contraddizione sempiterna e “umana troppo umana“, la sostanza della sua Arte, materia indispensabile nel laboratorio in cui trovano luogo le sue sperimentazioni (spesso spericolate, sempre spermatiche). Per Ruggles, il conflitto tra giorno e notte, maschile e femminile, carne e pesce, angelico e diabolico, giacca e camicia è decisamente superato. Anzi: non è mai sussistito! «Tutte fesserie di dandies maialoni», esclama cupamente. Un'asserzione che a me pare di poter trasporre in questo modo: «La dicotomia non è altro che il risultato di un eccesso dialettico, dell'insieme di quisquilie cervellotiche. È, se si vuole, il vertice dei termini particolari così come li ha enunciati la filosofia idealistica». Per N.R. non corrono  differenze sostanziali tra Aristotele e Platone, tra besciamella e salsa di pomodoro, tra gamasce e calzini. In lui, yin e yang sono finalmente, indissolubilmente congiunti, e oso sottolineare tale dato di fatto quale maggiore contributo del giovane autore alla possibilità di un'elisione - letteraria - delle scorie che rendono contumaci e a-funzionali le arterie del mondo odierno. La soluzione rugglesiana - l'implicito nel suo esplicito - risulta alfine essere: «Basta con la scimunitaggine! Basta con il marciume spirituale! Riappropriamoci dell'Età dell'Oro!»

Riportata in termini comunemente accessibili, la proposta suona in questo modo: dirozziamo la psiche e non lamentiamoci troppo se l'annunciatore del telegiornale ha la goccia all'occhio per aver letto una caterva di brutte notizie o se il tiramisù è fatto senza mascarpone: sia la goccia all'occhio sia il mascarpone non sono altro che escrescenze congeneri dell'unica, grandiosa commedia congetturale che qualcuno prima di N.R. battezzò - a torto! - l' “ecceità“.

Contrariamente a tutti noi, Neville Rugggles coesiste con le sue rabbiose contraddizioni (che per lui, come abbiamo visto, non sono veramente tali), va a letto con esse, se ne ciba. Durante i suoi incredibili viaggi pedestri, si trastulla col Messia di Haendel, che fuoriesce a tutto volume dalle cuffie di una radiolina da passeggio. Più tardi, di ritorno nella sua miserrima magione, passa in rassegna - sul giradischi comprato da un cinese di Hammersmith - l'intera collezione di quarantacinque giri di Engelbert Humperdinck, che egli reputa il più grande poeta vissuto nei rimpianti (da N.R. mai direttamente conosciuti) Swinging Years. N.R. ama persino imitare questo idolo della musica leggera, indossando capi di vestiario perlomeno curiosi. Secondo la sua stessa descrizione: camicia floreale con colletto simile agli alettoni di una vettura di Formula Uno - cioè largo, a coprire le spalle -; pantaloni aderenti nella parte superiore e che si slabbrano inverosimilmente a partire dal ginocchio; stivaletti a punta, con tacco altissimo. È inoltre solito pettinanarsi i capelli sul davanti in forma di ciuffo vaporoso gravitante verso la nuca.

Considerate le premesse, non deve certo sorprendere la varietà di romanzieri e lirici che si affolla nella piccola ma ben fornita biblioteca del giovin Maestro e che farebbe urlare allo scandalo, alla pazzia persino, un letterato o filologo di vecchia scuola. È vero: nel caso di un altro artista della penna, tale accostamento di nomi farebbe pensare a un iconoclasta, a un dissacrante e diffamante idiota, a un terrorista. N.R. si sottrae a ognuna di queste accuse grazie alla sua visione sintetica e - cosa altresì cruciale - antideologica della realtà. Non c'è quindi niente d'insensato se Jack Kerouac e Henry James passeggiano a braccetto, se Rimbaud è legato in un amplesso a Iris Murdoch e se Henry Miller e Evelyn Waugh vanno a bere una birra insieme.

La prosa di N.R. è tutta un rifacimento, a tratti un'estrapolazione di moduli classici latini e volgari: qua e là si riconoscono i segni lasciati dalle letture e dallo studio di Dante e Catullo, ma dalle sue righe fanno capolino anche Allen Ginsberg, V.S. Pritchett, il miglior Balzac, Ionescu e il Ford Madox Ford degli anni maturi (The Last Post).

Ruggles non tralascia mai di soffermarsi su particolari che hanno colpito e acceso la sua fantasia. L'imago è travisato, sconvolto e stimolato da piccolezze che, casualmente o volutamente, si sono focalizzate sulle lenti da astigmatico di questo disoccupato itinerante, per poi, appunto, essere immortalate sul papiro durante l'attività nascosta di cammeista, di orefice, di manovale nel camposanto dello spiritus. La curva insolita effettuata da un mazzettino di peli che strabocca dalle nari di uno sconosciuto, per esempio, può costituire il tema dominante di un'intera pagina nonché l'ouverteure corposa di un capitoletto, la rifrazione interlineare di un monologo felino, la tredicesima faccia di un dodecaedro, l'ostrica siderale che si rifiuta di farsi aprire dalle mani di uno scimmione goloso, l'ossessionato e ossessionante incubo di una larva falsamente flemmatica. Questi ricorrenti inserti da mangiatore di hascisc o da “veggente“ rimandano a certi lavori del cinematografaro Peter Greenway, e soltanto a lettura conclusa, dopo che il libro è stato accantonato, posto sullo scaffale più a portata di mano, veniamo assillati dall'inquietante domanda: «Anche Greenway, adesso? E perché Greenway? Non si riscontrano piuttosto, here and there, sequenze hitchcockiane

Mi permetto di asserire: questo o quello, non fa nessuna differenza. Hitchcock o Greenway, Ibsen o Beckett, Mini Mirror o Rolls Royce... è tutto lo stesso. Ogni cosa sfuma, si dissolve, diventa a piacimento Uno oppure zerovirgolaniente in presenza di codesto oggetto tipografico sfornato dalle  gloriose fucine dell'editore Raleigh.

L'intero Teschio, voglio dire nella sua complessità di marca sediziosa, ricorda un po’ - almeno al sottoscritto - John Osborne e Harold Pinter; ma è più di Osborne e più di Pinter, soprattutto se si tengono in considerazione le descrizioni paesaggistiche suggerite dal medesimo proscenio in cui l'Autore arditamente vive - scorci ora woodsworthiani, ora perfino chagalliani -, col sovrappiù delle visioni strozzate, tormentate, che io catalogherei sotto la voce "i richiami dell'otorinolaringoiatra". Soprattutto queste visioni, già lo so, colpiranno il lettore, ammiccandogli, tirandolo per la manica, lascivamente tentandolo. Il pericolo è che i meno smaliziati fra di loro, lasciandosi persuadere dal tono forforoso e viscido della prosa, abbandonino il cosmo con il quale hanno confidenza per imbarcarsi in perigliose avventure "oltre lo specchio"; che essi, insomma, cogliendo il messaggio intrinseco nel "romanzo", tralascino di pagare l'affitto e di compilare la dichiarazione dei redditi per correre a sprofondarsi nei vili, bassi piaceri di un edonismo da clochard sulle spiagge ancora incontaminate di qualche atollo del Pacifico.

Gente, possiamo ritenerci testimoni della nascita di un Nume della fabulazione, dell'ultimo esponente di una razza di grandi letterati o - sperem! - del primo esemplare di una nuova genìa. Con Il bu-u-u-co eccetera noi reggiamo il capo di una lunghissima corda. È lecito domandarsi chi regge l'altro. Dio? Buddha? Un essere di un'altra galassia?... Quien sabe! Forse la risposta ce la fornirà lo stesso Ruggles, se e quando vorrà miracolarci con un'esegesi, con un’esauriente postilla a questo suo inaudito capolavoro.

                                          

                                                                              Edward Sciabazz

 

postato da: sborror alle ore 23:27 | Permalink | commenti (1)
Commenti
#1    11 Giugno 2009 - 15:01
 
http://cumul

[..] Come si prendono in giro i lettori sprovveduti Lara Kant Giraldi Editore E' di nuovo il classico esempio di letteratura da dozzena, un libro con pseudorivelazioni sensazionali che in realtà non scandalizzano più nessuno. Da (Lombardi R [..]
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