venerdì, 31 ottobre 2008
Buon Halloween!

 Karolina Kurkova (più esattamente: Karolína Kurková) irriconoscibile nel costume di Halloween

La modella ceka ha guadagnato l'anno scorso 5 milioni di dollari. Rappresenta Victoria's Secret, marchio di abbigliamento femminile e di prodotti di bellezza (ma noto soprattutto per le creazioni di lingerie). I media brasiliani, dopo aver visto Karolina alla "São Paulo Fashion Week", hanno commentato: "La Kurkova è troppo grassa per la passarella..." A noi invece non dispiace vederla sul catwalk. E non ci dispiacerebbe nemmeno darle un'occhiata da più vicino...

 Karolina Kurkova in tutto il suo splendore nature

 
 La Kurkova presenta una "specialità" del marchio Victoria's Secret


 6 modelle della casa Victoria's Secret ritratte senza veli addosso. Si tratta delle Victoria's Secret Angels Alessandra Ambrosio, Izabel Goulart, Miranda Kerr, Adriana Lima, Karolina Kurkova e la più speciale di tutte: Selita Ebanks

 La regina incontrastata di Halloween è lei: Heidi Klum, modella di origine tedesca

   Incredibile, ma anche questa è la bella Heidi

 Una coppia che non ha bisogno di mascherarsi - nemmeno per Halloween: il rapper Ice-T e la sua strepitosa "mogliettina" CoCo

 CoCo Austin: una manna!

 La pupa del rapper in una veduta dall'alto...

 

                 Biografie

 Karolína Kurková (classe 1984) iniziò la sua carriera a Praga. Trasferitasi a Milano, venne lanciata da Miuccia Prada. Nel 1999, dopo un incontro con alcuni editori di Vogue, si trasferì a New York e nel febbraio 2001 comparì sulla copertina della rivista. In seguito fu scelta da Victoria's Secret per partecipare al "Fashion Show". Seguirono altre case di moda: Yves Saint-Laurent, Tommy Hilfiger, Valentino, Ralph Lauren, Oscar de la Renta, Chanel, Balenciaga...
Karolina è ufficialmente una delle Victoria's Secret Angel, le più importanti supermodel di Victoria's Secret.

 Heidi Klum (Bergisch Gladbach, Germania, 1973) iniziò la carriera vincendo il concorso "Model 92". Dopo le prime sfilate ad Amburgo, si trasferì a Miami e infine a New York. Vive tuttora nella Big Apple, in un appartamento di Manhattan.
Nel 1996 fonda la Heidi Klum GmbH, la sua firma di moda, e si assicura il copyright sul suo logo e sul suo nome. La vera svolta nella sua carriera avviene nel 1997, quando partecipa al "Victoria's Secret Fashion Show", che la porta alla ribalta dei mass media e ad innalzarsi al rango di top model. Nello stesso anno sposa il parrucchiere Ric Pipino, dal quale divorzierà nel 2003. Nel 1998 appare sulla copertina di Sports Illustrated, nel numero speciale "Swimsuit Issue".
Nel 1999 la tedesca, ormai americanizzata, debutta come attrice nella sit-com della ABC Spin City, interpretando se stessa come oggetto dei desideri di Michael J. Fox. Nel 2000 viene pubblicato il suo primo calendario. Nel 2001 debutto cinematografico con una piccola parte nel film Blowdry (dove ha il ruolo di Jasmine, una modella eccentrica contesa da due fratelli parrucchieri). Nello stesso anno canta con la band hard rock degli Wheatus al "Fashionably Loud Europe" a Milano, evento promosso da MTV.
Dopo il divorzio da Rin Pipino, Heidi si fidanza con Anthony Kiedis, cantante dei Red Hot Chili Peppers, e poi con Flavio Briatore. Da quest'ultimo ha una figlia, Leni. I due si lasciano poco prima della nascita della bambina. Il 10 maggio 2005 Heidi si sposa in Messico in tutto segreto con il cantante britannico Seal. Nel settembre 2005 nasce il loro figlio Henry.
Tra i tanti titoli, la simpatica Heidi Klum può vantare di essere "Maestra di Cerimonie" alle annuali feste di Halloween dell'high society newyorchese.


 Nicole Natalie Austin, meglio nota come CoCo, è nata nel 1979 a Palos Verdes in California. Ha iniziato giovanissima a lavorare come modella per cataloghi di moda collezionando vari premi. Divenuta relativamente famosa in California, ha deciso di "uploadare" il proprio aspetto facendosi "siliconare" il seno. Nel 2002 la prosperosa modella diventa attrice ottenendo una piccola parte in Angel Blade e nel thriller erotico Desert Rose. Nel 2004 lavora nella commedia The Dirty Monks. Nel 1999 sposa Mike Williams (giocatore professionista di football americano) dal quale divorzia nel 2003. La sua fama ha un'impennata nel 2005, quando sposa il rapper Ice T.
In compagnia di quest'ultimo ha un "cameo" in Copy That (2006). Nel 2007 partecipa alla serie televisiva Law Order: Special Victims Unit, sempre in tandem con il suo rude marito. Quest'anno è diventata una coniglietta di Playboy. La celebre rivista patinata ha  immortalato CoCo, ovviamente senza veli, tra i monumenti di New York.

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domenica, 12 ottobre 2008

Sciabazz: critiche letterarie (IV)

 

Recensione quattro

Gradite il pulp? Entrate nel mondo di Neville Ruggles!

 

 

"Riconosci te stesso", ammonisce il filosofo.

"Troppo tardi!" esclama il buffone.

Ruggles è vivo. Viva Ruggles! E, come se non bastasse, attivo più che mai. Niente e nessuno sembra poter arrestare questo fenomeno umano, ed estirparlo dalla branca "produzione" dell'industria libresca. Ruggles dichiara - o, meglio, lo fa dichiarare ai suoi personaggi - di incarnare lo Zeitgeist, lo spirito dell'epoca. Sarà. Una cosa è certa: non incarna di sicuro il Volksgeist, lo spirito nazionale. Lui stesso, in fondo, ha detto una volta di sentirsi molto poco inglese.

Neville Ruggles è nato a Londra da genitori londinesi; è, perciò, un cockney purosangue. Ma gli piace localizzare le proprie origini spirituali in Italia. Un'Italia a dir poco romanzesca, la sua, per non dire fantastica. Well, why not? Ognuno si sceglie la patria putativa che vuole. Solo che Ruggles esagera. Crede di essere un genio del Rinascimento. Anche se - saggiamente! - nei suoi libri usa un vocabolario più vicino ai nostri giorni - e curiosamente vicinissimo alla zona dei  docks. Con Fair Copy, ha creato forse il capolavoro della sua vita. Ma non illudetevi che, dopo questa immane fatica, il Maestro pensi di ritirarsi, risparmiandoci altri suoi lavori. No, signori; prevedo, anzi, che sentiremo parlare spessissimo di lui. Del resto, l'Alighieri, il Da Vinci, Raffaello, Michelangelo, l'Ariosto, Pirandello, Modigliani... tutti lo guardano da lassù e si attendono da lui grandi cose. 

Comunque sia. Potrei riassumere il mio giudizio su Fair Copy così: poco niveau e troppa nivea. L'Autore si serve di un linguaggio tutt’altro che abissale. Il suo è sì un esperimento di tecniche fonetiche (con troppo East London, ripeto), ma a livello di rococò, ed effettuato con una leggerezza e un umore ahinoi da cicisbei. Melodia, tempi calibrati e tremoli non ci riscattano dall’ambiguità degli intenti. I personaggi di questo romanzo risultano tutti - tutti! - inverosimili. Ruggles non tratteggia, qui, il ritratto di esseri umani reali, in carne e ossa: parimenti a Dickens, ma senza la maestria di Dickens, aggrega macroscopie fisiognomiche, volgari caricature. Le donne di Ruggles hanno "zizze", "culo" e "micia". Il che potrebbe anche corrispondere al vero, ma, citando Virginia Woolf, io affermo che nello scrivere è fatale pensare al sesso.

Formalmente, Fair Copy è una (quanto inconsapevole?) replica della replica di pulp fiction. Dietro all’insieme variegato di canaglie e marionette assassine, si cela un rimasticato attacco alla società, attacco che si ispira al compasso socialista o... socialdemocratico. Vorrebbe essere litérature engagée, ma è un pisciare sull’Albero della Conoscenza.

Probabilmente, i più incalliti fans dello scrittore avrebbero voluto che scrivessi: "Un romanzo forte, d'avanscoperta, che si regge puntellandosi con la sua stessa convinzione assertiva." "Ruggles ci trascina dentro a un mythos... l'elemento letterario si avvale di un'ambiguità che è puro ludo..."

A questi nostri amici dico quanto segue:

Fair Copy delude le tradizionali aspettative di un testo moderno. Con la sua vasta gamma di personaggi, vorrebbe essere un romanzo vecchio stile - à la Dostoevsky, per intenderci - con una riverniciatura da èra digitale. Invece è una pessima imitazione di post-modernismo. È un un romanzo di chiacchiere, se non addirittura di sproloqui; di cose che non si vedono e di tante altre che l'Autore ci fa dapprima assaggiare e poi ci sottrae prepotentemente. In nessuna di queste 220 pagine Ruggles fa risparmio di stilistiche fioriture al posto errato e di trucchi ricopiati dai "vecchi" della letteratura; e si ha l'impressione che il più banale fatto di cronaca può divenire pretesto per una lunga disquisizione. Il che potrebbe anche andare bene, in un altro contesto. Qui però non accade nulla. O, se accade, noi non ce ne siamo accorti. Il protagonista - ci suggerisce Ruggles - inventa ricordi. Ma questi ricordi, nel libro, non si vedono mai!

Bien entendu: tra le tante penne sciaguratissime che affollano il paesaggio letterario inglese, Neville Ruggles non è il più sciagurato. Indubitabilmente, quando è lui stesso a parlare dei suoi libri - preferibilmente sul piccolo schermo -, lo sa fare bene: accenna a cose come "reticolo culturale", "intestualità",  "contaminazioni mediatiche". Eccetera. Tutti termini che vogliono depistare, gettare ombra sul sospetto di plagio.

In un'intervista rilasciata qualche mese fa, l'Autore ha dichiarato: «Leggo ancora i libri che preferivo a diciassette, diciotto anni». Si vede che è sincero. Difatti, per Fair Copy ne ha estrapolato brani interi, che poi ha combinato insieme alla meno peggio e su cui ha apposto il copyright. "Intestualità", dice? Sarà.

Fair Copy è un romanzo formato da soli incipit, tanto che le diverse litanie non si completano né si concludono. L'Autore sfoggia per intero le sue conoscenze, ma queste, balcanizzandosi, si smarriscono bellamente nel nulla. Quando Ruggles fa l'occhiolino alla politica e a certe realtà sociali, dimostra di avere del coraggio, certo; ma la sua è una satira da Cabaret degli Stanchi, che non fa nemmeno il solletico alla pianta dei piedi del Leviatano. È sarcasmo iperstrumentalizzato.

La violenza risiede solo nel linguaggio. Ma non sempre e non dappertutto. A parte le parolacce pronunciate dai vari personaggi, ogni cosa è bella, liscia e senza filo spinato nella prosa di Neville Ruggles. Mai che questo giovane abbia la luna di traverso. Deve avere un eccellente apparato digestivo... Mentre i suoi protagonisti vomitano fumetti pieni di lemmi capaci di fare  arrossire qualche anziana zitella, l'Autore stesso parla di "concupiscenza" anziché di "arrapamento", di "fare l'amore" anziché di "scopare"... Bisogna per questo considerarlo un poeta?

A questo modo potrei proseguire per lunga pezza. È lampante che, a due anni dal successo commerciale di Flora notturna, le aspettative su Ruggles erano eccessive. E altrettanto lampante è che molti - dopo la mia critica di allora - si attendevano un mio nuovo intervento atto ad esacerbare il famoso scontro. Confesso di aver titubato a lungo prima di pubblicare questo mio giudizio; non ero nemmeno sicuro che per me fosse opportuno uscire allo scoperto tornando ad alimentare le vecchie polemiche. Ma mi ha convinto - sia pure in modo indiretto - lo stesso Ruggles, tramite il suo lavoro. Non scrivere di questo libro mi avrebbe fatto sentire reo di omissione di soccorso: nei confronti dei lettori, ma anche dello stesso autore. Il mio invito suona pressappoco: "Togliti dai piedi una buona volta, Nev!"

Ma lui no, lui non capisce. La miopia lo fa inciampare in suppellettili varie, in cianfrusaglie che lui stesso osa chiamare "letteratura".

Mi sembra già di udire il coro di protesta: «Questa non è una critica: è sciacallaggio!» Avanti, colpite pure. Ma, se ho scelto infine di espormi, è anche per una questione di onestà. Essere una brava persona è un lavoro a tempo pieno e - credetemi - più difficile di tanti altri; soprattutto se bisogna rimanere brava persona davanti a un pubblico.

Allora:

Più sopra abbiamo parlato del successo ottenuto da Flora notturna. "Successo?" Non sono io a ritenerlo tale; sono le cifre, sono le classifiche dei libri più venduti ad averlo sancito. Success? Ci andrei cauto con questo termine. Nel mondo in cui viviamo, i secchielli per la sciampagna stanno spesso accanto al brago dei porci e ai mucchi di letame. Un prodotto può arrivare a vendere bene, a stravendere, ma nella sua essenza, nei suoi pregi artistici, può anche rappresentare un roboante fallimento.

Torniamo ad esaminare Fair Copy. Contiene un'infinità di parole grosse. "Amore". "Morte". "Dissipazione". Tutte virtù e proprietà sostantivizzate. Bene, bravo. Ma il romanzo tratta di una problematica rituale, rimasticata; e inoltre è un catalogo di stili diversi, in cui nessuna combinazione viene tralasciata. Con la scusa di voler "smontare il reale e il realismo", l'Autore applica espedienti apparentemente originali. Fa lo zapping tra i volumi che riempiono i suoi scaffali e, scanalando, approda in una sorta di Terzo Programma della pagina inchiostrata.

Il libro comincia benino: in poche ed agili scene ci vengono presentati i protagonisti: un bel giovanotto, la sua fidanzata e l'amico-amante di entrambi. Proprio quando la cronaca di questo triangolo (in fondo non inconsueto) promette di divenire interessante, ecco che subentra un'interruzione, una sorta di pausa per i "consigli per gli acquisti". Vediamo un tizio che, col collo imprigionato in un'ingessatura, cerca di seguire un incontro di tennis. Può muovere solo gli occhi, mentre il pubblico tutt'intorno gira la testa con scioltezza: da destra a sinistra, destra, sinistra, destra... in perfetta sincronia. Poi dal cielo scende una specie di navicella spaziale che, a un più preciso esame, si rivela essere un enorme flacone di pillole. L'uomo ingoia una di quelle pillole e l'ingessatura sparisce; adesso anche lui può seguire senza impacci l'incontro di tennis.

Una trovata carina, direi, che non stonerebbe in nessun testo di ascendenza kafkiana-cannibalesca. Senonché, il tizio in questione non è affatto in relazione con il terzetto dei primi capitoli. Il "romanzo" pullula di incoerenze simili a questa...

Mi sono costretto a leggerlo per intero, per cercare di venire a capo della storia; ma   invano: è una matassa che non si lascia sbrogliare. Questa a Ruggles non gliela perdono. Già, perché a me di solito non tocca bere tutta la bottiglia per sapere se il vino è buono oppure no. Leggo le prime dieci pagine e, se esse sono di mio gusto, passo alle dieci pagine centrali, e poi alle dieci finali. A volte ci pensa già il titolo a farmi risparmiare tempo facendomi accantonare subito il volume, oppure a convincermi del contrario, ovvero di dare uno sguardo più accurato alla pubblicazione. Nel caso di Fair Copy, ho voluto fare le cose puntigliosamente... e ho sciupato il mio tempo.

A voi dico: risparmiate il vostro, gente.

                                                                    

                                                                                      Edward Sciab.

 

 

Le critiche letterarie del signor Sciabazz sono contenute nel seguente volume di racconti:

Statemi bene, e grazie per il caffè

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I testi: Il precario - Sciabazz: critiche letterarie - Bar du Champs Jacquet - Bifocale - Giona e l’assurdo della vita - L'ultimo consulto - La casetta a Hafeld - Rap Fiction

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sabato, 11 ottobre 2008

Sciabazz: critiche letterarie (III)

Recensione tre

Una critica a Rettangolo di luce, di Frank O'B.

 

 

Se Frank O'B. non esistesse, bisognerebbe crearlo. Un "caso letterario" del genere ci mancava. Io l’ho visto, l’ho pure toccato, e posso assicurarvi che è reale.

Le prime sette pagine del suo "capolavoro" (è l'editore a definirlo pomposamente così) si svolgono in una sala cinematografica: un luogo quasi sempre immerso nel buio. Coerentemente, si tratta di pagine oscure; in ogni senso. O'B. vi declama, fra l’altro:

"Il sentore di voci abbaglianti aleggiava al di sopra delle poltrone strapazzate da anonimi e gravosi sederi, colmandogli l’animo della solita gravosa aspettativa."

Bello? No! Suona bene, ma il lettore non si lasci ingannare. È solo un modo di dire, per introdurre il personaggio principale: il bigliettaio del cinema in questione. A formulare la frase è - voglio rassicurarvi - Frank O'B., non l’eroe stesso, il quale - presumiamo - non è neppure in possesso della licenza media e non sarebbe perciò capace di tanto. In quanto alle "voci abbaglianti", esse non abbagliano nessuno: neanche l’Autore. O'B. vuole semplicemente abbagliare noi, conquistarsi la nostra ammirazione. "Anonimi e gravosi sederi": altro non siamo, infatti!

Il venditore di biglietti (ma non dovrebbe stare al botteghino, anziché in sala?) ci si rivela fin da subito dotato di un'ammirevole coscienza di classe.

"Contemplando le scene dalle colorature offensive" (stanno proiettano un filmetto a sfondo sociale), "considerò che l’ingiustizia che veniva usata nei confronti suoi e di quelli come lui era davvero terribile..."

Et patati et patata.

Ogni frase è come lo slogan di un cartellone pubblicitario riveduto e corretto per un giornalino di educande; ogni episodio (senza testa né coda) vorrebbe rifare il verso al Nuovo Cinema Inglese e finisce invece con l'assomigliare a spezzoni di un'insipida pellicola in bianco e nero (CSSR, 1966). Tutto è strano, insolito... Giuro che mi farò costruire un leggìo apposta per questo romanzo.

Ma chi è Frank O'B. nella vita di tutti i giorni? La sua persona è circondata da un fitto mistero; fitto almeno quanto i libri da lui finora sfornati. «Il modo migliore per capire me è cercare di capire i miei romanzi», mi ha suggerito l'Autore in un pub di Knightsbridge, dove ci siamo dati appuntamento. Allora, vediamo se è vero. Mi sono precipitato a cercare le sue opere trascorse, apparse presso case editrici semisconosciute e perciò difficili da reperire. Io le ho reperite; non chiedetemi a quale prezzo. E mi sembra di aver compreso qualcosa di essenziale: gli scritti di Frank O'B. sono rovine nel vasto luogo di catastrofe delle opere che lui avrebbe voluto scrivere e che non ha scritto mai; mattoni sgretolati di un capolavoro incompiuto e che tale è destinato a rimanere per tutti i tempi.

I romanzi di O'B. sono di una banalità disarmante, così come lo sono, del resto, molti  di quelli pubblicati (ma perché?) negli ultimi decenni nell'intero Commonwealth. Frank O'B. dimostra comunque una buona dose di coraggio nella formulazione. Ah, dovrebbero essere create parole nuove per descrivere le cose che lasciano senza parole! Con Il rettangolo di luce, ha voluto farci dono ("dono" è un eufemismo, considerato il prezzo di copertina) di un’opera più intelligente e brillante del solito. Un proposito che, sia detto chiaro, non è mai stato messo in atto.

A questo punto mi tocca spiegare perché sono così intransigente e severo, così - sì! - cattivo nei confronti di questo scrittore. Come già detto, io sono uno dei pochi che conoscono i suoi lavori, e nessuno di essi - lo sottolineo: nessuno - mi ha mai lasciato soddisfatto. Immancabilmente parla sempre lui, è tutto lui. Malgrado ciò, dalle sue pagine un 'io’ cosciente affiora molto di rado. Ogni libro di O'B. è composto da diecimila immagini spezzate: come un allucinante videoclip. Purtroppo, questo suo ultimo parto non fa eccezioni. In esso, i ricordi d’infanzia (suoi? o del... bigliettaio?) hanno a tratti una parvenza di concretezza; ma sono passaggi campati in aria, che stonano con il resto della vicenda. In ogni caso, il dito dell’Autore è sempre alzato; padrone assoluto della morale. Il romanzo - non siamo noi a designarlo così, ma lo stesso O'B. - dopo il noto inizio nel desolato cinematografo di un paesino desolato, schizza inopinabilmente via, concedendosi un bel viaggio sull’asse Parigi-Mosca-Berlino. Nutro sempre forti dubbi quando uno scrittore usa grandi scenari: probabilmente lo fa per dare importanza a cose che non ne hanno, oppure per salvare i primi capitoli mal riusciti. Non che l’incipit di questo tomo, ossia la parte che si svolge nella "casa delle luci", non abbia velleità di grandeur... Ma soprassediamo.

Un'altra delle difficoltà da me riscontrate è che io ho avuto la ventura di visitare più volte Parigi, Mosca e Berlino, e la descrizione che O'B. fa di strade e quartieri di queste metropoli non corrisponde minimamente alle mie esperienze! Gli inserti "di viaggio" sanno di baedeker, di prospetti turistici; e, parimenti agli schizzi di ambienti, svaniscono completamente dietro alla vetrata di gesti e dialoghi (che vi raccomando assolutamente).

Il paesino dell’inizio è in clamorosa disarmonia con l’altisonante triade geografica del seguito. Nelle ultime pagine, tuttavia, il protagonista (tanto insignificante, pallido, sperduto, sconosciuto) ritorna al luogo d'origine, "ove tutto ebbe inizio". Anzi: riprende addirittura la sua occupazione abituale, che - non dimenticatelo - è quella di bigliettaio di un cinema. Nel frattempo il padrone del cinema non ha pensato a sostituirlo? Boh. Forse nel paesino c'è carenza di manodopera...

Alcuni capitoli meritano un cenno a parte. Con essi si entra appieno (e senza preavviso) nella letteratura del mondo del lavoro. Sì, a sprazzi questo romanzo ricorda quelli degli anni Cinquanta-Sessanta, vicini alla realtà proletaria, che descrivevano con minuzia di particolari determinati processi lavorativi. Il rettangolo di luce potrebbe trovare posto - a puntate, certo -, in qualsiasi foglio sindacalista. Non riesco a capire come mai l'Autore non ci abbia pensato, prima di avere la sfacciataggine (o l'inaccortezza) di proporcelo in forma di (pur non voluminoso) volume.

Come mai, parlando del Rettangolo, mi riferisco alla letteratura del mondo di lavoro? Perché sempre arriva  un qualche segretario comunista o un capocomitato con una bandiera rossa: li vediamo entrare e uscire nel mezzo delle scene simili a messaggeri in un dramma di Shakespeare.

A un determinato momento, accade che il bigliettaio/uomo-maschera, che è solito trascorrere il suo tempo libero nella locale sezione del Partito Comunista, incontra un suo amico-compagno: "il giovane e sensibile Roland". Ed è grazie a un soliloquio di "Roland il Rosso" che veniamo ad apprendere certi meccanismi interni al partito, i battibecchi e le ritorsioni verbali, i veleni tra uomini politici, i tentativi di imporre una particolare corrente ideologica a svantaggio di altre, ecc. Ma la cosa che avrebbe potuto interessarci maggiormente - ovvero fare una capatina in sala proiezione per capirne di più sul funzionamento di un cinematografo - viene bellamente snobbata dall'Autore, e quindi anche il riferimento alla letteratura del lavoro è, a conti fatti, inappropriato. Si tratta, invero, di un'opera indefinibile. Punto.

Per la fine del romanzo, O'B. si è riservato l'idea più bella. Il protagonista dice a Roland il Rosso (che sfoggia una capigliatura mohicana e gommamastica  sputacchiando tutt'attorno mentre si gode una replica di Rambo IV): «Ti ho forse urtato lo spirito che mi osservi a questa guisa, con cipiglio severo?». Ma andiamo! Nessuno parla più così, e men che meno un venditore di biglietti degradato a occasionale maschera; anzi: giusto lui, per forza di cose, dovrebbe avere assorbito il linguaggio piatto e alla mano che è proprio del cinema. Ma per Frank O'B. nulla è impossibile. Noi non possiamo che dirgli: grazie!

Mi affretto a concludere. La mia prima impressione dopo la lettura di questo romanzo è stata simile al mio primo giro sull’otto volante, tanti anni or sono. Dopo i capiversi iniziali, mi sono detto: «Caro mio, vuoi vedere che adesso avrai un tuffo al cuore?» E, alla fine, mi son ritrovato con le gambe tremanti e la testa perfettamente vuota.

Facit: se volete farvi due risate, comprate questo libro; se invece siete di quelli che tengono in gran conto la Letteratura, risparmiatevi i quattrini, o impiegateli per qualcosa di più sensato.

 

                                                                                        Eddie Sciabazz

 

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domenica, 05 ottobre 2008

Sciabazz: critiche letterarie (II)

Recensione due

Il libro della vita di Captain Faraldi

 

 

Dove sei, Captain? Auditorium 2, Ingresso C, le 11 meno 5. Un mini-palcoscenico costituito dalla prua di un antico brigantino che, ridipinto in blu acciaio, ha l'aspetto di una navicella spaziale vista in taglio trasversale. Lassù, sul pulto stellare,  già troneggia Faraldi, ex playboy di fama internazionale, ex giramondo pezzente-ma-fascinoso ed ex impresario internettiano, il quale, avendo superato la soglia dei quaranta e decidendo di conseguenza che è l'ora di mettere la testa a posto, di tirare i remi in barca, di fare il bilancio della propria esistenza... ha dato alle stampe le sue Memorie.

In maglione norvegese e pantaloni di tela (clubwear look), l'italico Captain è qui per distribuire alcune salmastre gocce di saggezza dal suo attesissimo libro di bordo. E noi siamo pronti, con le bocche aperte come per ricevere l'ostia dal prete. Applauso ritmato. Captain, ehi! Ehi, Cap! Infatti: è lui, in carne e ossa, con la capigliatura barocca che lo contraddistingue da eoni.

Le guance sospettosamente arrossate, sembra incerto sulle gambe; fa un po' di rock'n'roll come sulle onde di un mare agitato, e dice: «Grazie per essere accorsi  numerosi». Siamo noi le onde: un'ottantina, non di più, ma a lui basta e avanza; la soddisfazione gli si legge in faccia. Torna a chinarsi sul  microfono a bomba e: «Niente flash, prego». E dopo: «La situazione mondiale non è poi così nera come appare». Parole sante, Cap! Il suo discorso viene tradotto in un buon inglese da una nervosa segnorina che inforca lenti dallo spessore inverosimile.

Il Captain si inumidisce un dito, comincia a sfogliare. Per prudenza, la fiaschetta del cognac è rimasta nel camerino. (Ma gli italiani non preferiscono bere vino? Boh. Forse lui è un'eccezione.) Il Cap, scrittore autodidatta di etrusche origini, ha la voce giusta e sa esibirsi con proprietà. Un attore nato: comincia a recitare con vibrato. A volte si sofferma su una determinata frase, visibilmente sovrappensiero: è come se stesse leggendo roba scritta da altri. Ogni tanto ride e ogni tanto piange, entusiasmandosi al proprio racconto di una vita vissuta con intensità poco comune.

Il libro si rivela essere una ben dosata miscela chimica che a tratti - ma raramente - si fa esplosiva. La segnorina al fianco del Captain pende letteralmente dalle sue labbra, si vede che è stracotta, quasi quasi gli si getta tra le braccia. E noi tutti temiamo per la sua - di lei - salute: rischia da un momento all'altro di cascare in platea e rompersi l'osso del collo. Ah, l'amour...!

Faraldi legge una ventina di pagine in tutto, solo i paragrafi essenziali, e il tempo sembra essersi fermato. Infine: «Grazie di nuovo» fa, e bye bye. Sì sì, ciao, mate. Clap, clap, fiiiisch! clap. Un'occhiata all'orologio ci dice che sono le 11 meno 5. Il tempo si è fermato.

Più tardi, in tranquilla solitudine, sfogliamo le Memorie del Capitano, commentando ogni tanto: «Però, che vita!» Apparentemente, quest'uomo ha fatto tutti i mestieri, è passato attraverso tutte le esperienze possibili e immaginabili. Sottolineo l'"apparentemente": quanto, o quanto poco, difatti, ci può essere di autentico in un'autobiografia?

Naturalmente non abbiamo tralasciato di mettere un segno nelle pagine consacrate alle avventure piccanti (sul sofà di una celebre attrice; sul tavolo da cucina di una casalinga ben disposta nei confronti del bel barbone/venditore di aspirapolveri immaginari; in un ufficio al 30° piano di un grattacielo di Manhattan insieme a due avvenenti segretarie - una pantera nera e una valchiria dalle labbra rifatte); ce ne serviremo per masturbarci con gusto, poi, quando ne avremo voglia. Così, se non altro, potremo illuderci di non aver gettato i nostri soldi dalla finestra.

 

                                                                                         Sciabazz

 

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venerdì, 03 ottobre 2008

Sborror-story 37: Sciabazz: critiche letterarie (I)

   

Edward Sciabazz, uomo di libresca fama, è solito ripetere: «Un romanzo è l'unico luogo dell'universo dov'è possibile sopravvivere alla vita».

Al che noi non possiamo che ribattere: «Buona fortuna e buon divertimento, caro Sciab!».

 

Ecco di seguito alcune recensioni dell'eminente "papa della critica letteraria inglese". Si tratta di articoli apparsi su quotidiani e riviste a cui Edward Sciabazz collabora fin da epoche immemorabili, e che noi riportiamo in questa sede dopo aver ottenuto il permesso dei rispettivi editori.

Un avviso particolare agli scrittori di belle speranze o - come si suol dire -  "emergenti": quando vi capiterà di incontrare Mr. Sciabazz (perché, statene certi, prima o poi vi capiterà!), non fidatevi del suo sorriso e dei suoi modi affabili: voi ancora non lo sapete, ma lui forse sta già pensando a come meglio tarparvi le ali, a come mettervi a tacere una volta per tutte...   

 

 

 

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                                    Recensione uno

Due parole o poco più a guisa di PREFAZIONE IMMAGINARIA a Il buco nel teschio (Raleigh House, £22)

 

 

Eccolo qui, ordunque! Vedovi di tutti i punti fermi, nomadi del pianeta Cultura in cui ogni prodotto spiritualmente commestibile viene gettato nell'unico, enorme calderone del consumo en passant, desideravamo un libro meraviglioso e definitivo, da amare e da portare con noi durante i nostri viaggi avventurosi (da un punto all'altro di Londra: una vera odissea, soprattutto se incappiamo in una sfilza di semafori rossi). Desideravamo "il" libro e già disperavamo che tale desiderio potesse mai abbandonare la costellazione onirica. Ed ecco invece che, come ad aver colto l'implorazione generale con antenne sensibilissime, Neville Ruggles ci porge la sua opera, forse l'opera par excellence di questo drammatico fin de siecle, con un sorriso che sembra voler dire: «Volevate letteratura? Volevate divertimento in forma colta? Ebbene, beccatevi questa!»

Lo strano tomo, piccolo e consistente a un tempo, che ci viene regalato (costa “solo“ 22 sterline!) con un gesto semplice e umanissimo in uno scorcio epicale dai grandi rivolgimenti cibernetici, non rappresenta l'ennesimo doloroso - o ridanciano?- exemplum di cartacea costruzione postmodernista racchiudente in sé le incompiutezze e il pessimismo propri dell'uomo di oggi. No, amici cari: si tratta per lo più del frutto ragionato e ragionevole di un individuo che, innalzatosi sulla massa a simiglianza dell'aquila niciana o di un seguace di Hobbes, vuole addolcirci la via che - vogliamo ammetterlo o meno - tutti quanti stiamo percorrendo un po' alla cieca, come vittime del più completo black-out.

Un prodotto curioso, abbiamo detto. E difatti. Si incomincia con il titolo: Il buco nel teschio. Sono andato a intervistare personalmente lo scrittore nel suo malandato alloggio in un quartiere dal carattere orientaleggiante a nord-est di Londra («Il mio è un esilio volontario», si è affrettato ad assicurarmi, con occhi fiammeggianti e sospettosi). Ruggles dice che Il buco nel teschio è l'unica denominazione che è riuscito ad affibbiare alla presente silloge prosaica, a questa sudatissima fatica; a noi non resta che accettarne la decisione senza ambages di sorta, non avendo validi argomenti da contrapporgli.

Il giovane artista (non avrà più di sedici anni, sebbene lui, modesto come tutti i geni, vuol farsi passare per un ventitreenne: un interessante enfant terrible, comunque!) mi ha spiegato che la sua aspirazione massima è che il lettore, parlando dell'oeuvre, nel citarne il titolo abbassi immediatamente la voce, si guardi in giro con circospezione e quindi profferisca con tono da oltretomba: Il  bu-u-u-co  neeel te-e-schiooo, magari aggiungendo a ciò una sghignazzata vampiresca, per subito poi riprendere la conversazione in maniera tranquilla e civile. Questo piccolo... show dovrebbe ripetersi ogni volta che il volume viene tirato in ballo: nelle intenzioni dell'Autore, una sorta di passo in avanti verso l'ideale dell'immortalità, del fantasma di gloria eterna, ordunque una balzana azione che spinga alla volontà d'imitazione divenendo veicolo di pubblicità gratuita. Secondo il sottoscritto, una trovata geniale tramite cui il giovanotto N.R., attraverso il risultato della sua intensa recherche intellettuale - le orecchie appiattite contro la testa, gli intestini attaccati direttamente all'anima -, sfrutta la legge dell'eterno ritorno per, saltando come un cerbiatto d'iterazione in iterazione, proiettare la sua complessa personalità verso l'Immenso, arrivando addirittura a ricoprire il ruolo di deus dimidiatus. Rispettiamo dunque la volontà di questo sorprendente esponente delle epopee decentrate e facciamoci anche noi portavessilli del fondamentale razo del libro, trasformandoci in zombies durante i tre o quattro secondi in cui dobbiamo o vogliamo prenderlo in bocca.

Se domandate a N.R. come definirebbe la sua filosofia, vi risponderà, dandovi un'amichevole pacca sulla cervice: «Ottimismo nero». Io trovo che questa autovalutazione sia esagerata e, nel contempo, azzeccata. Non lasciatevi intimorire dal «nero» che accompagna l' «ottimismo»: è, più che altro, un'apposizione, anzi un applique che sta a sottolineare la serietà di uno scrittore il cui stile solo alla lontana può ritenersi apparentato con quello di un certo filone della novellistica (chiamiamolo pure: filone del “grottesco“) in cui si sono cimentati, affermativamente, diverse dozzine di nostri compatrioti. Nei racconti di Ruggles non ci si imbatte in nessun coltello che rovista tra le piaghe, in nessuna madonna dei sette dolori, in nessun lamento di beduino il cui cammello è fuggito lasciandolo appiedato nel deserto. Non siamo, insomma, al cospetto di letteratura “catastrofica“ e/o "apocalittica“. E, per nostra ulteriore fortuna, l'Autore evita anche i virtuosismi narcisistici del planctus e dell'autocompianto.

Parimenti a questa sua opera prima, Neville Ruggles - che soltanto amici intimi possono chiamare "Dottor Ruggles" - è sbilenco, bizzarro, smodato. Un'apparizione ipermondana che sconvolge l'idilliaca monotonia dell'East End londinese. È mio sospetto che egli, peccando di esibizionismo, abbia scelto apposta di condurre l’esistenza in questo grigio angolo della capitale: nei giocosi, fantasiosi e vivaci quartieri artistici, infatti, nessuno sguardo tergiverserebbe più del necessario sulla sua figura demodé. Qui invece deve sentirsi come il Re di Stramberia...

Entro, dunque, nel suo modesto rifugio all'estero (un estero nostrano, ma pur sempre estero) e, per prima cosa, mi colpisce il fatto che né N.R., né il suo tabernacolo, essudino dell'accademismo.

L'Autore vive da solo, in quanto la sua fidanzata lo ha abbandonato per andare a stare con uno dei pakistani che, nell'ammaccaticcio ma ancor forte e ricco Empire, vengono utilizzati come trasportatori di mattoni o come cavie nell'industria nucleare e farmaceutica. Il Maestro medesimo conduce una vita ai margini dell’indigenza: disoccupato («per propria scelta», ci tiene a specificare), riesce a tirare avanti grazie all’assegno di sostentamento elargitogli dallo Stato. I mobili sono vecchi e tarlati, veri e propri rimasugli dei famigerati anni Sessanta. E pignorati, a sentir lui. (I mobili.) N.R. non è preda dei vezzi di Nicot e dell'alcol; tuttavia, la sua esistenza è un alternarsi di televisionari attacchi (possiede un apparecchio da settanta pollici) a momenti di paranoia deambulatoria. «Una volta ho fatto Londra-Edimburgo e ritorno in meno di tre giorni», afferma, fiero; e mi mostra alcune paia di scarpe dalla suola praticamente inesistente.

È uno di quei rari individui che non hanno alcun nemico. «Eccetto», precisa, «quell'asino di polacco del piano di sopra, che, ogni volta che scrivo o ricevo visite, per dispetto, invidia o chissà cosa si infila gli stivaloni e prende a marciare su e giù, col passo dell'oca. Lo sente? Ricomincia!» E, con mio immenso stupore, abbranca un manico di scopa e si mette a picchiare selvaggiamente sul soffitto.

L''io' di questo porcospino della penna è rinchiuso nella corazza dell'intelligenza artificiale o, a seconda delle lune, si veste con la parlantina più illogica e sconquassata. Anche quando il discorso cade sul tempo, N.R. emana gli ultravioletti del Verbo, gli stessi dai quali veniamo abbagliati, anzi combusti, nello sfogliare le duecento paginette di questo suo lavoro d'esordio. Per comunicare tra di loro, i personaggi di N.R. si servono di gesti frammentari e allucinanti, calci ammollati sotto il tavolo a stinchi anonimi, colpi di gomito, spintoni nella folla e paroline sconce urlate dentro orecchi dalla forma arcaica. I suoi racconti (da lui furbescamente riuniti sotto l'appellativo di “romanzo“) sono costituiti da un insieme di brani trasandati in cui gli elementi autobiografici sono contingenti ma non denudati, onnipresenti ma mai ostentati papale papale.

Ruggles fa, della contraddizione sempiterna e “umana troppo umana“, la sostanza della sua Arte, materia indispensabile nel laboratorio in cui trovano luogo le sue sperimentazioni (spesso spericolate, sempre spermatiche). Per Ruggles, il conflitto tra giorno e notte, maschile e femminile, carne e pesce, angelico e diabolico, giacca e camicia è decisamente superato. Anzi: non è mai sussistito! «Tutte fesserie di dandies maialoni», esclama cupamente. Un'asserzione che a me pare di poter trasporre in questo modo: «La dicotomia non è altro che il risultato di un eccesso dialettico, dell'insieme di quisquilie cervellotiche. È, se si vuole, il vertice dei termini particolari così come li ha enunciati la filosofia idealistica». Per N.R. non corrono  differenze sostanziali tra Aristotele e Platone, tra besciamella e salsa di pomodoro, tra gamasce e calzini. In lui, yin e yang sono finalmente, indissolubilmente congiunti, e oso sottolineare tale dato di fatto quale maggiore contributo del giovane autore alla possibilità di un'elisione - letteraria - delle scorie che rendono contumaci e a-funzionali le arterie del mondo odierno. La soluzione rugglesiana - l'implicito nel suo esplicito - risulta alfine essere: «Basta con la scimunitaggine! Basta con il marciume spirituale! Riappropriamoci dell'Età dell'Oro!»

Riportata in termini comunemente accessibili, la proposta suona in questo modo: dirozziamo la psiche e non lamentiamoci troppo se l'annunciatore del telegiornale ha la goccia all'occhio per aver letto una caterva di brutte notizie o se il tiramisù è fatto senza mascarpone: sia la goccia all'occhio sia il mascarpone non sono altro che escrescenze congeneri dell'unica, grandiosa commedia congetturale che qualcuno prima di N.R. battezzò - a torto! - l' “ecceità“.

Contrariamente a tutti noi, Neville Rugggles coesiste con le sue rabbiose contraddizioni (che per lui, come abbiamo visto, non sono veramente tali), va a letto con esse, se ne ciba. Durante i suoi incredibili viaggi pedestri, si trastulla col Messia di Haendel, che fuoriesce a tutto volume dalle cuffie di una radiolina da passeggio. Più tardi, di ritorno nella sua miserrima magione, passa in rassegna - sul giradischi comprato da un cinese di Hammersmith - l'intera collezione di quarantacinque giri di Engelbert Humperdinck, che egli reputa il più grande poeta vissuto nei rimpianti (da N.R. mai direttamente conosciuti) Swinging Years. N.R. ama persino imitare questo idolo della musica leggera, indossando capi di vestiario perlomeno curiosi. Secondo la sua stessa descrizione: camicia floreale con colletto simile agli alettoni di una vettura di Formula Uno - cioè largo, a coprire le spalle -; pantaloni aderenti nella parte superiore e che si slabbrano inverosimilmente a partire dal ginocchio; stivaletti a punta, con tacco altissimo. È inoltre solito pettinanarsi i capelli sul davanti in forma di ciuffo vaporoso gravitante verso la nuca.

Considerate le premesse, non deve certo sorprendere la varietà di romanzieri e lirici che si affolla nella piccola ma ben fornita biblioteca del giovin Maestro e che farebbe urlare allo scandalo, alla pazzia persino, un letterato o filologo di vecchia scuola. È vero: nel caso di un altro artista della penna, tale accostamento di nomi farebbe pensare a un iconoclasta, a un dissacrante e diffamante idiota, a un terrorista. N.R. si sottrae a ognuna di queste accuse grazie alla sua visione sintetica e - cosa altresì cruciale - antideologica della realtà. Non c'è quindi niente d'insensato se Jack Kerouac e Henry James passeggiano a braccetto, se Rimbaud è legato in un amplesso a Iris Murdoch e se Henry Miller e Evelyn Waugh vanno a bere una birra insieme.

La prosa di N.R. è tutta un rifacimento, a tratti un'estrapolazione di moduli classici latini e volgari: qua e là si riconoscono i segni lasciati dalle letture e dallo studio di Dante e Catullo, ma dalle sue righe fanno capolino anche Allen Ginsberg, V.S. Pritchett, il miglior Balzac, Ionescu e il Ford Madox Ford degli anni maturi (The Last Post).

Ruggles non tralascia mai di soffermarsi su particolari che hanno colpito e acceso la sua fantasia. L'imago è travisato, sconvolto e stimolato da piccolezze che, casualmente o volutamente, si sono focalizzate sulle lenti da astigmatico di questo disoccupato itinerante, per poi, appunto, essere immortalate sul papiro durante l'attività nascosta di cammeista, di orefice, di manovale nel camposanto dello spiritus. La curva insolita effettuata da un mazzettino di peli che strabocca dalle nari di uno sconosciuto, per esempio, può costituire il tema dominante di un'intera pagina nonché l'ouverteure corposa di un capitoletto, la rifrazione interlineare di un monologo felino, la tredicesima faccia di un dodecaedro, l'ostrica siderale che si rifiuta di farsi aprire dalle mani di uno scimmione goloso, l'ossessionato e ossessionante incubo di una larva falsamente flemmatica. Questi ricorrenti inserti da mangiatore di hascisc o da “veggente“ rimandano a certi lavori del cinematografaro Peter Greenway, e soltanto a lettura conclusa, dopo che il libro è stato accantonato, posto sullo scaffale più a portata di mano, veniamo assillati dall'inquietante domanda: «Anche Greenway, adesso? E perché Greenway? Non si riscontrano piuttosto, here and there, sequenze hitchcockiane

Mi permetto di asserire: questo o quello, non fa nessuna differenza. Hitchcock o Greenway, Ibsen o Beckett, Mini Mirror o Rolls Royce... è tutto lo stesso. Ogni cosa sfuma, si dissolve, diventa a piacimento Uno oppure zerovirgolaniente in presenza di codesto oggetto tipografico sfornato dalle  gloriose fucine dell'editore Raleigh.

L'intero Teschio, voglio dire nella sua complessità di marca sediziosa, ricorda un po’ - almeno al sottoscritto - John Osborne e Harold Pinter; ma è più di Osborne e più di Pinter, soprattutto se si tengono in considerazione le descrizioni paesaggistiche suggerite dal medesimo proscenio in cui l'Autore arditamente vive - scorci ora woodsworthiani, ora perfino chagalliani -, col sovrappiù delle visioni strozzate, tormentate, che io catalogherei sotto la voce "i richiami dell'otorinolaringoiatra". Soprattutto queste visioni, già lo so, colpiranno il lettore, ammiccandogli, tirandolo per la manica, lascivamente tentandolo. Il pericolo è che i meno smaliziati fra di loro, lasciandosi persuadere dal tono forforoso e viscido della prosa, abbandonino il cosmo con il quale hanno confidenza per imbarcarsi in perigliose avventure "oltre lo specchio"; che essi, insomma, cogliendo il messaggio intrinseco nel "romanzo", tralascino di pagare l'affitto e di compilare la dichiarazione dei redditi per correre a sprofondarsi nei vili, bassi piaceri di un edonismo da clochard sulle spiagge ancora incontaminate di qualche atollo del Pacifico.

Gente, possiamo ritenerci testimoni della nascita di un Nume della fabulazione, dell'ultimo esponente di una razza di grandi letterati o - sperem! - del primo esemplare di una nuova genìa. Con Il bu-u-u-co eccetera noi reggiamo il capo di una lunghissima corda. È lecito domandarsi chi regge l'altro. Dio? Buddha? Un essere di un'altra galassia?... Quien sabe! Forse la risposta ce la fornirà lo stesso Ruggles, se e quando vorrà miracolarci con un'esegesi, con un’esauriente postilla a questo suo inaudito capolavoro.

                                          

                                                                              Edward Sciabazz

 

postato da: sborror alle ore 23:27 | Permalink | commenti (1)
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